Storie

Il lento viaggio lungo la Costa d’Amalfi di Francesco D’Episcopo

Il professore gentiluomo racconta il suo rapporto intimo, carnale ed animalesco con la Divina

Di Vito Pinto

E’ un nomade della letteratura, con residenza a Salerno, perché ha percorso l’Italia fisicamente quale relatore a convegni, giurato a premi letterari e presentando libri ed autori. Ma soprattutto ha attraversato il Bel Paese scandagliando quella terra di un dio minore popolata da scrittori, poeti, pittori, artisti di varie arti che non sono entrati, per varie e conosciute ragioni, nella giostra delle vanità massmediali. E’ Francesco D’Episcopo, professore emerito della Università Federico II di Napoli (dove ha insegnato letteratura italiana, critica letteraria e letterature comparate) il quale, pur rispettando i canoni delle programmazioni ufficiali, ha guidato i giovani studenti nella “provincia culturale”, «rigorosamente del Sud», sottolinea, dove non manca l’inventiva dei romanzieri, la fantasia dei poeti, la preparazione scientifica dei saggisti, la conoscenza del bell’italiano (figlio diretto e diletto del greco e del latino) e la sensibilità verso un territorio nel quale da sempre si sono confrontate le varie culture mediterranee e sono stati bruciati incensi sulle aree delle varie religioni.

Il senso del posto

Arrivò con la famiglia a Salerno nel 1971 ed ebbe come vicini di casa il pittore Gabriele D’Alma e sua moglie la poetessa Maria D’Alma Talento. Madre molisana e padre napoletano, Francesco D’Episcopo racchiude in sé quell’essenza di monti e di mare che ha ritrovato, con istinto letterario, nella Costiera Amalfitana: montuosamente marina. «E’ un punto di riferimento importante – dice parlando della Diva Costa – soprattutto per uno come me che ha sempre guardato con attenzione questo territorio e lo ha spesso guardato con gli occhi del poeta: Alfonso Gatto; nessun animale poetico, infatti, è riuscito, come Gatto, a tracciare il profilo della Costiera. Non solo, ma questa Costa è la sintesi della mia esistenza: i monti materni del Molise e il mare partenopeo di mio padre». Una Costiera che viene frequentata fisicamente perché «la letteratura – dice – è fatta di sensi e di sentimenti, per cui più che spiritualità è importante il rapporto fisico, fatto di ‘posti’ e personaggi. Il senso del ‘posto’ è importante, perché dà il senso della fisicità; per cui sono sempre andato sui ‘posti’ degli scrittori».

L’istinto animalesco

Ma quest’ansa di costa salernitana, propaggine appenninica di Monti chiamati Lattari è scrutata da D’Episcopo con quell’istinto “animalesco” di cui viene, a volte, privilegiato qualche umano capace di sentire all’odore le origini di una emozione, di una bellezza, di un parlare per comunicare sentimenti. Qualità che appartengono a quella particolare categoria di scrittori e frequentatori di varie arti che guardano diritti la strada da percorrere, senza attardarsi sull’ingannevole (spesso) paesaggio circostante. Gentiluomo errante, D’Episcopo scruta gli uomini, instaura amicizie che non frequenta (tranne alcune) perché incapace di salire sulla “giostra” dell’apparire. Molto riservato anche se più conosciuto di quanto lui stesso immagini, è stato sempre “per conto suo”: le cose le ha fatte e basta, senza pensieri devianti dal puro amore per la letteratura e la conoscenza. Dice: «Mi sono principalmente occupato del Sud. I miei corsi universitari erano focalizzati soprattutto sui personaggi minori, autentici geni meridionali di grandissima levatura, ma che non hanno avuto la fortuna di avere grandi editori: illustri sconosciuti. Questo certamente ha creato dei turbamenti, ma ho avuto anche tanto affetto da parte dei miei studenti».

Un’immagine di Positano

Un’architettura dell’anima

A voler analizzare i suoi lavori e le sue pubblicazioni è praticamente impossibile a meno di una sterile elencazione. Restano, però, significative alcune pubblicazioni sulla Costiera Amalfitana che denotano il profondo rapporto che D’Episcopo ha avuto con questo territorio dove si radica «un’architettura dell’anima che segue il ritmo della montagna, nel suo rapporto carnalmente amoroso con il mare. Ed è un’armonia scoperta e segreta, che l’uomo è riuscito a ri-creare, tra pietre e piante, in un abbraccio intimo e intenso, che non provoca o subisce violenza». Pensieri di profonda intimità che il professore quasi sussurra, nel timore che ci si possa appropriare di un rapporto personale, quasi carnale con questa penisola dove lussureggia la zagara e verzica la ginestra. E ritorna alla mente quanto scrisse John Steinbeck del suo “Positano” per Harper’s Bazar:  «Quando vi capita di scoprire un posto bello come Positano, il primo impulso è quasi sempre di tenervi per voi la scoperta». Positano, rifugio dalla storia per tanti artisti esuli, paese verticale, a richiamo di Sergej Pavlovič Djagilev, fondatore dei mitici “Balletti russi”! Ecco come Francesco D’Episcopo lo descrive nel volumetto “Positano in prosa”: «Un grappolo di case sospese e spalancate sul mare, su un trono del sole, che qui in Costiera concentra, come un abbaglio di luce, un miracolo, un prodigio della natura, che si espone ed espande, per quanto può, in quella dimensione montuosamente marina, tipica di una costa muschiosa di scoglio e avida d’infinito». Pagine che aiutano il lettore ad accostarsi alla complessità di una cronaca quotidiana, che nessuna storia ha ufficialmente registrato.

La metamorfosi della memoria

In una breve, pomeridiana conversazione, D’Episcopo ricordava: «Viaggiare e vivere questi luoghi significa toccare il cuore delle cose, per sentirle palpitare dentro di sé, in una concentrazione sorprendente di paesaggi, apparentemente opposti, che qui trovano una sintesi, una miracolosa occasione di convivenza»Già gli opposti, gli ossimori che D’Episcopo usa con sapienza e lucidità di pensiero. E così si ritrova il silenzio delle parole oppure le parole del silenzio. Ben calza “La metamorfosi della memoria” prendendo a prestito il titolo di un suo lavoro su Salvatore Quasimodo e Alfonso Gatto, poeti entrambi e per varie ragioni legati a questa Costa dove persiste l’ammaliante richiamo delle Sirene, il fascino dei millenni. Ricorda il professore d’Italiano: «La poesia più che a scoprire verità è intenta a suggerire misteri».

Da sinistra: Antonio Baglivo, Vito Pinto, Francesco D’Episcopo

Gli incontri importanti lungo il percorso

Ed è l’amicizia con Tonino Masullo con il quale inizia una sorta di viaggio letterario partendo da Vietri sul Mare. Poi è Cetara ove incontra Gennaro Forcellino, poeta facente parte di quella originale lista degli “illustri sconosciuti”. Maiori rappresenta l’intenso rapporto con “La Feluca”, associazione di promozione culturale. Amalfi, “la Repubblica delle Lettere”, riporta il professore ad “Un uomo provvisorio: Francesco Jovine” scrittore molisano, e a Gaetano Afeltra, amalfitano doc e geniale giornalista italiano. Ma soprattutto per D’Episcopo la Costiera sono quelle serate di cultura consumate all’insegna degli incontri promossi dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici “Gerardo Marotta” e poi con la kermesse “Sole, mare, cultura” di Enzo D’Elia. «Sono stato lì con Gaetano Afeltra e Giovannino Russo» ricorda D’Episcopo. E sono le interviste A Franco Zeffirelli, Sergio Zavoli, Piero Angela, Giuseppe Tornatore, con incursioni conclusive sui Colli di Fontanelle, a S. Agata sui due Golfi, nel mitico ristorante “Don Alfonso 1890”. Perché se c’è una cosa che D’Episcopo apprezza come la letteratura è la buona tavola.

Gli occhi del letterato

Ritornando quasi all’origine di un viaggio iniziato tempo fa D’Episcopo ricorda: «Ho avuto il mio primo rapporto con la Costiera indagando su Alfonso Gatto, che andava a trascorrere le ferie a Conca dei Marini. Ed ho cominciato ad amare la Costiera, perché, come lui, sono anch’io un animale di costa. Lui mi ha insegnato il rapporto tra montagna e mare. Qui l’acqua che scende dai monti è acqua di sorgente. E ricordo che a Marmorada facevo la doccia sotto acqua di montagna, che arrivava direttamente a mare». Gli occhi del letterato si perdono lontani, si confondono con quelli di poeti, scrittori, pittori, artigiani che giorno dopo giorno scrivono un verso, realizzano un’opera, piccola o grande che sia; forse, a richiamo di poeta, è “il fumo di chi vive col suo niente / una giornata d’aria.

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