Storie

Il mestiere del pescatore: una vita d’a-mare

Una vita dove la notte e il giorno si confondono. Mario Esposito, amalfitano, ci racconta le sue giornate passate trasportato dalle onde del mare

Di Francesca Faratro, foto di copertina di Vito Fusco

Se lo portano negli occhi il mare, quello specchio infinito sul quale lasciano andare la loro barca ogni giorno, sia con le intemperie che rifocillati dal sole che illumina cuore ed anima. Valentino Esposito e suo figlio Mario, eredi di una famiglia di pescatori ormai da 250 anni, svolgono la loro attività con passione e coraggio. «Fare questo mestiere è tanto bello quanto difficile. Senza passione nulla può essere portato avanti. Il pescatore è un mestiere tanto bello quanto sacrificante, che ti costringe a vivere in orari diversi, dove non esiste né notte né giorno. Si dorme quando gli altri si divertono e ci si sveglia quando sono gli altri a dormire», si racconta così Mario Esposito che ad Amalfi, insieme al papà Valentino, conducono la loro imbarcazione Ersilia Maria contraddistinta dai colori del giallo e dall’azzurro ed intitolata.

Mario Esposito con suo padre Valentino, foto di Paul Pfleuger

Nato con la passione nel sangue

Si da piccolo Mario seguiva il padre nelle sue uscite in barca. «Uscivamo di casa quando ancora era buio. Ricordo le notti insonni che anticipavano questo momento, ero emozionato e quando osservavo mio padre lavorare rimanevo lì, immobile ed ammaliato. Già mio nonno mi affascinava quando era all’opera, è da lui che abbiamo ereditato tutto. Lui, del quale porto lo stesso nome, aveva una pescheria nel centro di Amalfi e di mattino, di buon ora, esponeva il pesce fresco gridando ‘p’arrost, pisce p’arrost’ volendo portare in bella mostra quelle tipologie adatte da fare alla piastra». Da quelle grida musicali è nato il soprannome della famiglia e Mario ed il suo papà, con il resto di tutti i componenti, anche loro impegnati nel settore della pesca, son diventati i “p’arrost”. «Dopo il diploma ho voluto trasformare la mia passione in lavoro e, maggiorenne, ho seguito papà sulle vien del mare. – continua Mario – La nostra giornata inizia presto, ancor prima dell’alba per poi ritornare dodici ore dopo circa, passato mezzogiorno. Bisogna andare a largo, recuperare il pescato nelle reti e successivamente, dopo averle pulite e recuperato il pesce, queste vanno ricalate in mare».

Mare che vai, pesce che trovi

Ogni pescatore ha la sua zona delimitata, una sorta di mappatura nella quale pescare che difficilmente cambia. Varia invece la tipologia del pesce da pescare in base alle reti che si utilizzano e alla profondità del mare, misurata in passi inglesi. «E’ la profondità a decidere quel che si vorrà pescare. Sul fondo ci sono i merluzzi, lo scorfano di fondale detto occhio bello ma anche il pesce sciabola, qualche gamberone e qualche scampo se si è più fortunati. Salendo con i passi d’acqua si troverà sempre il merluzzo seppur di pezzatura inferiore ma anche qualche totano e qualche pesce che fortunatamente capita nelle reti come dentice e pescatrice. Nella parte più alta, a circa 60 metri di fondale, si potranno pescare cocci e luveri».

L’imbarcazione della famiglia Esposito, Ersilia Maria

L’estate, la stagione migliore

Il momento più pescoso dell’anno è l’estate. I pesci con lo scambio termico delle acque popolano maggiormente il mare ed anche il pescatore avrà a disposizione un clima più favorevole per poter svolgere il suo lavoro. «Una volta pescati e liberati dalla rete, spesso ancora vivi, i pesci vengono sistemati in contenitori termici, con acqua di mare e ghiaccio e successivamente portati a terra e venduti alle pescherie locali che veicoleranno il prodotto. I tempi son cambiati! Mio nonno con 2000 metri di rete portava a casa circa 20/25 kili di pesce. Oggi su 8000 metri quelle quantità non le raggiungiamo! Il mare è cambiato, non offre più quel numero capace di sostenere una famiglia intera e garantire all’uomo di mare un quantitativo di pescato che possa ripagare i suoi sforzi.- continua Mario – Sulla barca portiamo con noi del caffè, già preparato prima di partire ma anche qualche biscottino, un dolcino. Quando invece inizia la pesca dei totani e la fascia temporale di lavoro diventa più lunga, ceniamo direttamente in barca, con un panino preparato da mamma Maria».

Mario Esposito durante la pesca, foto di Paul Pfleuger

Come riconoscere il pesce fresco e come utilizzarlo

Ci sono tanti modi per riconoscere il pesce fresco ma è facile. Bisogna osservare il colore degli occhi, le branchie ma anche l’odore che questo emana. I pesci più richiesti è la tradizione gastronomica locale ad imporli. Primo fra tutti è il totano, utilizzato sia per i primi che per i secondi piatti. A questo seguono il dentice, la pescatrice e di inverno anche il rombo e la sogliola, varietà che preferiscono le acque fredde. «Adoro tutti i pesci e a casa nostra si consumano con una buona frequenza. Siamo soliti portare sulle nostre tavole quelli più piccoli che spesso nelle reti si maltrattano e quindi poco belli da vedere sul banco in pescheria. Non li buttiamo e mamma, ottima cuoca, li cucina in svariati modi: fritti, arrostiti ma anche bolliti». Ogni varietà ha la sua preparazione migliore ed ognuna una specifica ricetta che valorizzi al meglio il prodotto. «Vado matto dei totani e patate, fatti con il sugo di pomodoro ma con le patate rigorosamente fritte e poi aggiunte successivamente al guazzetto. E’ un piatto povero ma di un sapore unico e goloso».

L’amore per il mare, infinito

«Il mare per me è tutto, è una distesa d’acqua che anima il mio cuore, che scandisce i miei attimi, finendo sempre per emozionarmi. Me lo porto negli occhi – sorride – ma è solo guardandolo che trovo ispirazione e riesco ad emozionarmi. Per svolgere questo mestiere antico c’è bisogno di passione, senza di questa non si potrà affrontare quel che il mare ti toglie, ovvero la vita privata. Alla soglia dei trent’anni ho tanti progetti, uno diverso dall’altro ma sempre sulla stessa rotta: il mare! Senza di questo non potrò andare da nessuna parte, vive dentro di me ed è proprio per questa distesa infinita che vivo la mia vita!».

 

 

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