Sport e Natura

Il Natale e i rituali che profumano di campo

La natura è uno scrigno inaspettato di risorse: saperle sfruttare è il risultato della trasmissione di saperi sopravvissuti

Di Saveria Fiore, foto di Vito Fusco

Ogni autunno giovani e anziani si preparano alla raccolta delle erbe che la natura offre e ne fanno scorta per onorare le usanze natalizie. Cosi, l’8 Dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione, lo si trascorre ad allestire albero e presepe per il giorno di Natale. Questo è anche il giorno in cui si mettono nella cesta le bacche di mirto selvatico (Myrtus communis) per la produzione casereccia di questo liquore. Il mirto, che molto più comunemente viene chiamato mortella, viene lasciato a riposare nell’alcool puro per almeno 40 giorni prima di processarlo per farne il liquore tanto decantato. Non è un caso che venga colto proprio per il giorno dell’Immacolata, visto che secondo antiche credenze era la pianta sacra alla Madonna.

Verde in mezzo alla natività 

Dal più comune muschio, all’Erica scoparia, conosciuta come “scupazzell’”, perché veniva utilizzata per creare le note scope dei netturbini e che assume tutto l’aspetto di un abete in miniatura, le erbe collezionate vengono usate anche nella decorazione del presepe.  In ogni allestimento non può mancare il pungitopo (Ruscus aculeatus). Specialmente se si tratta di un presepe sistemato all’aperto. In molti dei borghi della Costa d’Amalfi, infatti, sfruttano le rientranze di cave naturali nella roccia, per rappresentare la natività. Il pungitopo rende giustizia al suo nome tenendo lontani i roditori, con le sue coriacee foglie pungenti. Ma all’interno del presepe è soprattutto utile nella sua funzione di tenere lontani gli spiriti maligni.

 

La selezione delle bacche
Le bacche per la preparazione del mirto
I mirtilli sistemati prima della lavorazione
Il rituale del giorno dell'Immacolata

Le piante dell’artigianato paziente

Anche l’artigianato vive attraverso le mani dell’esperienza tramandata. I più pazienti e fantasiosi ancora sono soliti preparare a mano centrotavola con candele, per regalarle ad amici e parenti più prossimi. Pigne d’ogni forma e maniera, rametti di cipresso, ginepro e del comune pino (Pinus Silvestrys) che è, per tradizione, l’albero protagonista delle festività natalizie nei paesi cattolici. Quest’albero è infatti simbolo di Cristo, perché con le sue foglie sempreverdi e resistenti anche al gelo d’inverno, rappresenta la vita che non muore. Lo stesso Papa Benedetto XVI diceva che “la forma svettante, il suo verde e le luci sui suoi rami sono simboli di vita, che richiamano al mistero della Notte Santa”.

Il Natale “alle porte”

Negli illuminati borghi della Costiera, l’ospitalità si insinua nel focolare domestico, dove ogni famiglia, affaccendata, si prepara al Santo evento, non solo con decorazioni all’interno della casa, ma anche all’esterno. Vischio e agrifoglio appesi al portone sono simbolo di buon augurio, talvolta intrecciati come una ghirlanda. Il Vischio (Viscum album) anche se non tagliato con la falcetta d’oro come vuole la tradizione celtica, conserva pur sempre la sua simbologia divina, che vive a mezz’aria tra cielo e terra, poiché non mette radici: è una pianta parassita.  L’agrifoglio, invece, segue una fedele scia che parte dai romani. Pare che già gli antichi Romani, infatti, fossero soliti appendere sulle porte i ramoscelli di questa pianta sacra al dio Saturno, e che fosse indispensabile come protezione dagli spiriti maligni.

 

La raccolta delle erbe per la menesta mmaretata
La delicatezza e l'accuratezza nella selezione
L'ingrediente principale, come vuole la tradizione

Antichissime ricette dell’orto selvatico

Che sia per il cenone della vigilia o per il pranzo di Natale, ogni anno non può mancare ad introdurre il pasto una rifocillante minestra, la famosa menesta mmaretata (minestra maritata). Si tratta di uno dei più antichi piatti della cucina napoletana che ha avuto il suo spettro di diffusione fin qui, impiantandosi con vanità nella tradizione natalizia locale. Nelle famiglie di una volta c’era sempre un membro più autorevole che si occupava di amministrare. E così “ministrava” la vivanda brodosa pescando da una zuppiera o pentola. Ogni famiglia aveva la sua ricetta. Quelle più fedeli all’originale prevedono l’utilizzo della “scarulella”, della borragine (Borago officinalis) del cardillo (Sonchus oleraceus) e delle foglie di finocchietto selvatico (Foeniculum Vulgare Miller). Ogni verdura viene sbollentata separatamente e poi “maritata”, arricchita, con brodo di carne di maiale.

Decorazioni culinarie 

Infine, nella cesta del raccolto rigorosamente deve esserci l’alloro o come direbbero i nostrani “o’ lauro”(Laurus nobilis). Questa pianta simbolo della sapienza e della poesia non era solo sacra ad Apollo, ma anche alla saggezza degli antenati che ne facevano il re dei decotti per le sue proprietà digestive. A natale, quando le famiglie preparano le immancabili zeppole fritte, le adagiano su un letto di foglie d’alloro sapientemente e precedentemente sistemati in un capiente cesto. L’alloro e il rosmarino erano, infatti, le erbe che tradizionalmente venivano più utilizzate come aromatizzanti delle zeppole. I doni che la natura ha elargito sono a giusta ragione immanenti nelle nostre vite, e vessilli inestirpabili del nostro patrimonio folkloristico. Le festività, come quella del Natale, sono momenti per tirar fuori questa nostra parte più autentica, condividerla con gli altri e sentirci parte di una comunità.

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