Arte e Cultura

Il sogno dipinto di Virginio Quarta

Il pittore ha raccontato il suo legame con la Costa d’Amalfi in cromie accattivanti, figure sospese nell’irrealtà di una fantasia quotidiana.

di Vito Pinto

Per molti anni una parete dello studio di Virginio Quarta è stata interamente occupata da un quadro rappresentante una bambina teneramente addormentata in una poltrona, accanto ad un pianoforte e con un libro sulle ginocchia; in uno squarcio di finestra era uno scorcio notturno di Ravello. Ecco “il sogno” di una bambina addormentata leggendo un libro, forse di favole. Forse, vista l’ambientazione, era lo stesso sogno di Wagner, che nel silenzio di Ravello trovò l’armonia per il giardino incantato del mago Klingsor. E Quarta quei giardini di Villa Rufolo li aveva dipinti per una mostra tenuta nella città della musica: opere rigorosamente in notturno perché il sogno si adempisse: Wahnfried. Prendono corpo le armonie delle invitanti ragazze fiore, la cattiveria della perfida Kundry, la sospensione di notturni lunati dove il sogno si materializza all’alba. Ricorda Quarta ciò che pensava nel preparare quella mostra sui giardini del Parsifal: «Immaginavo il rapimento estasiato del compositore dinanzi alla visione di quei giardini sospesi, come per magia, tra cielo e mare. E l’immaginai, non so per quale inspiegabile elaborazione mentale, avviluppata in una tersa atmosfera notturna, con una metafisica luna sempre presente». E fu, quella mostra, il racconto di un sogno, di Wagner e di Quarta, musica ed immagini per intimi turbamenti senza tempo.

La contemplazione di giardini emozionali

Spesso Quarta si è fermato a guardare, meditare su giardini emozionali: ed è un lungo viale, una siepe non troppo lontana posta a corona di ninfee nel verde giardino di Monet a Giverny, rivisitato dal pittore tra le tante storie che ha raccontato con quel piglio di genialità cui non sfuggono gli autentici artisti. E il sogno di costruire cromie accattivanti, figure sospese nell’irrealtà di una fantasia quotidiana, è stato sempre nell’animo di Virginio Quarta, sin da quando, ancor giovanissimo, decise, perché questo il suo destino, di essere pittore, di raccontare per immagini emozioni, sentimenti da dipingere, ma che si condividono facilmente nel momento in cui ti fermi a guardare, anzi scrutare e riflettere su una sua opera.

I sogni segreti dell’anima

Vi è sempre, nei lavori di Quarta, una presenza nascosta ma viva, che ti rimanda a segreti sogni dell’anima: spazi “finiti” che l’artista inonda di luce infinita, di trasparenze, di “segrete” complicità, di palpiti d’amore quasi tangibili nelle camere da letto con vista sulla costiera amalfitana. In quelle opere vi è sempre uno spazio segreto riservato al visitatore, non sono le mostre dell’artista ad essere visitate, ma i suoi lavori, quelle opere che nascondono qualcosa di fortemente umano ed emozionante: alla sensibilità del fruitore è affidata l’intima sensazione di un turbamento. Ed è un bristol bianco, impresso nella parte sottostante da due voluttuose labbra femminili: “lascio al visitatore – commentava Quarta – immaginare su quelle labbra il volto che desidera”. Magia della genialità!

Virginio Quarta e l’omaggio a Carmine Carrera

La suggestione dell’immediatezza

D’altra parte la pittura, spesso, è – come ha scritto Rino Mele – «una liturgia che mira a ricostruire la suggestione dell’immediatezza, dell’apparenza, dell’apparizione. Il pittore sulle rive della Senna o chiuso nella scatola del suo atelier, sa che dipingere non è trasportare un’immagine da uno spazio illusorio alla tela, ma solo una messa in rappresentazione di quello spazio irraggiungibile». Si ha, così, la sensazione, immediata, di infiniti orizzonti nei quali la mente spazia senza pudori, seguendo solo suggerimenti di un intimo emozionale. Dal canto suo Quarta dice: «Per me la pittura è manifestare i propri sentimenti, il proprio amore per l’arte, ma è anche un grande ringraziamento all’Onnipotente che ha voluto darmi questo dono. Certo, la tecnica è presupposto essenziale perché i sentimenti possano essere correttamente elaborati e proposti a chi vuole condividerli».

Il gioco di una presenza assente

Una pittura dove l’inesistente quanto onnipresente umanità palpita in quella parte nascosta del dipinto, riservata al “visitatore”. «E’ questo gioco di presenza assente – dice il maestro ceramista Salvatore Autuori – che ti attira, ti avvolge in un gioco mentale di grande stimolo. E questo non è solo tecnica o, se vogliamo, “mestiere”, ma è capacità d’arte». Traguardi difficili, raggiunti a tappe, lungo tutta una vita di osservazioni, indagini, scritture pittoriche, letture emozionali, trasformazioni di una crescita, diverse «non tanto nella forma – scriveva a proposito Paolo Ricci – ma soprattutto nei contenuti, essendo passato da una tematica improntata ad una sorta di pessimismo, ad una specie di pittura “innocente”».

La passione del fare

Era il 1976 quando Enrico Crispolti su Quarta annotava: «è un momento di svolta e di nuovo, più meditato e composto orientamento della sua ricerca di pittore fino ad ora generosamente e spesso inconsultamente passionale.» Già, la passione! un sentimento che ha sempre alimentato il “fare” di questo artista innamorato della vita, della donna, legato agli amici (una fortuna averlo tale) e a questo territorio costiero dove annualmente ritorna con i suoi lavori, non per abitudine, ma per un intimo bisogno di continuare un legame d’amore: l’Amore, per Quarta, è stato sempre la guida ideale e innocente della sua mano, dei suoi pennelli, amore al di là di una porta socchiusa, come sul volto delicato di una ragazza con ombrellino.Scriveva nel 1983 Vasco Pratolini, “Virginio Quarta passa dal gran tuonar del mondo al silenzio notturno luminoso e veracemente ‘ncantatore, delle proprie strade e piazze rivisitate con una fermezza di sguardi quasi metafisica”.

La formazione

Nato a Taranto, ma trasferitosi a Salerno poco più che decenne (tifoso sfegatato della salernitana), studia disegno al liceo artistico di Napoli, si impegna nella grafica pubblicitaria, imbocca la strada della pittura sempre guardando a quell’ansa di costa che da Vietri giunge sino a Positano attraverso una strada montuosamente marina, a richiamo di Francesco D’Episcopo. Le opere di Quarta sono sempre uno squarcio di Costiera, marina o montana, una “camera con vista” su un panorama dove facile è perdersi, come le protagoniste dell’omonimo romanzo di E.M. Forster. E come Miss. Lavish lasciò il suo romanzo quasi finito, così Virginio Quarta lascia il suo racconto pittorico, quasi finito. Perché ad ogni accorrere di bel tempo è una lettura di emozioni nuove di quei paesi della costa che – verseggiava Alfonso Gatto – ci sono “come una volta / da chiamare per nome e da tacere. / Un sogno dire queste case vere”.

L’artista nella sua bottega del sogno

Il legame con la ceramica

E come questa costa che ad ogni svolta disvela il nuovo, così il pittore, ad ogni ansia di ricerca, scopre nuovi orizzonti. E approda alla ceramica, arte definita regina, dalle mille emozioni, dai sogni sospesi in una camera di fuoco. «E’ un mondo a parte – dice Quarta – che ti porta in dimensioni nuove, dove nulla è mai scontato. Certamente sono rimasto sempre pittore, ma nella ceramica ho dovuto fare i conti con peculiarità tecniche proprie del linguaggio ceramico e dalle quali non si può prescindere». Ed è la scrupolosa quanto ansiosa ricerca dell’impiego delle terre colorate, degli smalti e delle vetrine, del segno all’ombra di un diverso linguaggio, che non ammette ripensamenti, cosa che per un pittore, abituato da sempre alla tavolozza, diventa un momento di altra manualità e utilizzo dei prodotti propri del fare ceramica. Quasi soprappensiero dice: «I colori in ceramica seguono leggi e prerogative assolutamente uniche delle quali bisogna tener conto sia per la loro possibilità di cambiamento durante la cottura e sia per il contesto sociale e storico del territorio. Dunque bisogna capire, almeno all’inizio di questo viaggio, il tormento d’arte di chi per una vita ha utilizzato i colori tenendo presente come superficie una tela, supporto del tutto differente da quello rigido della terracotta».

Il mondo dipinti nella bottega dell’incanto

E ancora una volta si compie il sogno, dallo studio pittorico, mai abbandonato, alla bottega dell’incanto dove Quarta riesce, con intuizione d’artista, a utilizzare il rosso variante del supporto in terracotta come elemento decorativo della sua opera. Non si può, certo, raccontare di un uomo d’arte, della sua vita, delle sue emozioni in uno spazio editoriale per quanto ampio possa essere; difficile è raccontare, in qualche migliaio di battute, del suo mondo di notturni, di giardini immaginifici, di incantati scorci di paesi, di temporali e solarità mediterranee, di nostalgie e tormenti di una ricerca, di estasi a corona di trasparenze di veli e di limpidezza d’acque. Ma facile è, in ogni momento, entrare in una sua opera, sbirciare negli angoli nascosti (o segreti?) delle sue atmosfere cromatiche e sognare.

 

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