Arte e Cultura

La chiesa della Madonna del Carmine custodisce un presepe unico nel suo genere

Realizzato nell’Ottocento, le persone di quel secolo erano le muse ispiratrici e la tecnica della cartapesta a caldo ha fatto il resto

Di Saveria Fiore, foto di Vito Fusco 

“Case di bambole chiuse tra montagna e mare”, come direbbe Edoardo Colace, fotografo salernitano, ci lascia ben intendere come Atrani sia, già di per se stessa, un presepe. Eppure ne custodisce altrettanti all’interno dello scrigno prezioso delle sue tradizioni. Vero è che il presepe ha avuto la sua beata nascita con Francesco d’Assisi, che custodì l’illuminazione avuta di ritorno da Betlemme, per poi mettere in atto la sua idea della natività nel 1223 a Greccio (Rieti), con l’autorizzazione ottenuta da papa Onorio III.  Dopo quest’input iniziale l’evoluzione del presepe ha avuto il suo lungo peregrinare nel corso della storia, dalla prima e più antica applicazione inanimata con Arnolfo di Cambio, scultore, architetto e urbanista fiorentino,  fino ad giungere alla sua piena integrazione popolare nelle case della gente nell’Ottocento. Questa umanizzazione della raffigurazione di Santi, spinta senza dubbio dalla Chiesa per avvicinare le persone al culto, si è sempre più convertita verso un ibridazione col profano.

L’idea di natività di Vincenzo Amodio

Sacro e profano si mescolano perfettamente nello storico presepe custodito ad Atrani, borgo sapido di brezza marina. È il presepe di cartapesta presente nella Chiesa della Madonna del Carmine, fondata nel 1604 dai rappresentanti di due famiglie locali (Scipione Crespella e Giambattista Vollaro), ma anche sede della Congrega che reca il suo nome.  Il fautore di quest’unicum in cartapesta è Vincenzo Amodio, per i paesani Vicienze e Catarina, che lo costruì intorno al 1850. Vicienze non era il solo ad avere un soprannome, o meglio o cuntrannome, pratica molto in voga all’epoca e ancora oggi utilizzata. Questo nomignolo distingueva per lo più le persone (specialmente in un villaggio di pochi abitanti) attraverso i caratteri distintivi di famiglia, di aspetto, di mestiere: una vera e propria iniziazione alla comunità, che spesso durava nel tempo.

 

La Chiesa di Santa Maria del Carmine di Atrani
Vincenzo Amodio sistema la statua di O'Filippetto
La rappresentazione di O'Filippetto
Dettagli in scena

L’allegoria del presepe 

Anche i personaggi del presepe di Amodio avevano i loro soprannomi. Sì, perché l’unicità di questo lavoro minuzioso, consisteva proprio nella riproduzione di persone realmente esistite in quell’epoca e rappresentate in modo allegorico. L’artigiano del presepe non è stato per nulla discriminatorio in questo. Tant’è vero che uno dei personaggi più simbolici è proprio O’ Filippetto, ovvero Filippo Gambardella, notaio del secolo, presentato nelle vesti di uno zampognaro (quasi un preludio ideologico della Livella di Totó). Di lui si diceva che “per la sua posizione sociale ed economica era pieno di boria e altezzoso e di conseguenza inviso ai suoi cittadini”. Eccolo, quindi, nei panni di quello che veniva considerato come un uomo rozzo del ceto sociale basso. Lo si riconosce collocato accanto alla grotta, proprio per la sua calvizie. Cristina e Catolla è un’altra interessante figura del popolo. Una donna anziana con indumenti umili, un grembiule e una gallina in mano. Dietro le spalle reca appesi gli zoccoli: no, non perché camminare scalzi migliora la postura, non per stimolare 70,000 terminazioni nervose né tanto meno per puro senso di liberazione. Per le classi più povere della società le scarpe erano un lusso e pur di non usurare l’unico paia che si possedeva si camminava scalzi. Della voce di Cristina ancora si sente l’eco dei canti intonati per Santa Maria Maddalena, la santa protettrice di Atrani.

La tecnica della cartapesta: dal Salento ad Atrani

La tecnica della cartapesta, adoperata per il presepe di Amodio, pare abbia il suo focolaio in Salento (forse intorno alla metà del XVII sec.), tramandata poi di generazione in generazione. Ma le origini vanno ben più a ritroso se si considera che gli antichi greci la utilizzavano già nel IV sec. per le maschere comiche del teatro o per icone di culto. Utilizzavano ancora la fibra di lino (componente della stessa carta) unita a stucco e colore.  Vicienze e Catarina (Vincenzo Amodio, ndr) utilizzava la tecnica della cartapesta conosciuta come tecnica “a caldo”, chiamata anche “forcheggiatura”. Un metodo che consiste proprio nel modellare la carta con ferri roventi. In tale fase, della colla animale viene aggiunta per evitare il sopraggiungere di tarli; alcuni sono soliti invece utilizzare, per il medesimo scopo, il solfato di rame. Dopo aver creato lo scheletro di base con del fil di ferro imbottito di truciolame o in alcuni casi paglia per dare spessore, la sagoma creata veniva “fasciata” con della carta da macero (un’ottima opportunità di riciclo) imbevuta di colla e farina: la cosiddetta Ponnula. Andavano da sé, poi, i procedimenti successivi, a seconda dell’estetica che si voleva conferire al prodotto finale, e se gli si volesse dare o meno colore (in tal caso si procedeva con l’ingessatura). Solo le estremità delle statuette sono modellate in creta. E’ con il tocco di colore finale che tutto prende vita.

 

Atrani è già un presepe in se stessa

L’arte del popolo

Un velo di mistero permane sulle iniziali intenzioni di Vincenzo Amodio, il quale probabilmente realizzò tale presepe per qualche famiglia atranese o amalfitana e solo più tardi fu donato alla Congrega. Infatti negli inventari della Congrega della Madonna del Carmine non c’è menzione del presepe fino agli inizi del ‘900, mentre la statua votiva di San Biagio – che pare essere stata costruita nello stesso anno- è già elencata tra i beni della Chiesa nella seconda metà dell’Ottocento. Una forma d’arte peculiare e a cui, in qualche modo, ha partecipato il popolo nelle sue più eterogenee stratificazioni, semplicemente donando un pizzico della loro essenza all’aspetto distintivo delle statuette create da Amodio e rimaste ancor oggi parte del milieu locale.

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