I saggi

La Costa d’Amalfi e la sua storia

Le origini di Amalfi e degli amalfitani

Di Giuseppe Gargano

La facies Romana da noi individuata in Costa d’Amalfi in un precedente articolo sotto il profilo archeologico e sulla scorta di un’indagine toponomastica viene ulteriormente attestata dalle leggende relative alle origini di Amalfi e degli Amalfitani. Infatti, tutte le narrazioni inerenti a tale argomento presentano l’unica matrice romana. Tra queste ricordiamo il capitano dell’imperatore Costantino di nome Amalfius quale fondatore della città marinara nel IV secolo d.C., nonché la fanciulla Amalfia, figlia del senatore Marcello Rufolo, alla quale il genitore avrebbe dedicato la città appena costruita. La più importante delle leggende di fondazione è una vera e propria saga d’origine.

La traversata nel Mar Jonio

Essa è riportata sia nel Chronicon Salernitanum (X secolo) che nel Chronicon Amalfitanum (XIII secolo). Le due narrazioni sono pressocchè identiche, a parte qualche minima differenza. Il racconto comincia con la morte di Costantino, avvenuta nel 337. In quel tempo numerose gentes Romanae s’imbarcarono per trasferirsi a Costantinopoli, la “nuova Roma” che l’imperatore aveva fondato sul Bosforo. Durante la traversata alcune di esse naufragarono nel Mar Jonio; soltanto due riuscirono ad approdare a Ragusa sulla costa dalmata. I superstiti furono bene accolti, almeno in un primo momento, per cui stabilirono ivi la loro dimora. In seguito le loro proficue attività produssero invidia nei Ragusei, che li costrinsero a riprendere la via del mare. Questo particolare lasciava intendere la capacità di abili navigatori che sarebbe stata poi la prerogativa dei loro discendenti amalfitani. Nei pressi della città dalmata era attestato nel Medioevo il sito “Amalfi”.

L’arrivo sui Monti Lattari

Questa volta i profughi romani navigarono verso occidente e sbarcarono sulle rive del fiume Melphis in Lucania, il quale scorreva tra Palinuro e Pisciotta. Lì fondarono un villaggio, al quale diedero il nome del corso d’acqua. Nei secoli successivi il luogo veniva ancora ricordato come “Amalfi la vecchia”, puntualmente registrato nelle così dette “mappe aragonesi”, in realtà prodotte alla fine del XVI secolo. Il sito non era sicuro, poiché infestato da attacchi provenienti dal mare; probabilmente si trattava delle incursioni dei Vandali di Genserico (455). Allora i Romani, che ora si chiamavano Melfitani, si spostarono all’interno, stabilendo un momentaneo insediamento presso Eboli. Ma anche lì non vi era sicurezza, a causa di continue scorribande da parte di popolazioni ostili, forse gotiche. Pertanto, alcune pattuglie cominciarono a perlustrare le montagne vicine. Un giorno si spinsero fin sui Monti Lattari e in un luogo che in seguito fu detto Scala incontrarono una popolazione forte e ospitale, desiderosa di accogliere altre genti. Il testo del Chronicon di entrambe le edizioni riporta chiaramente l’espressione “dove ora si dice Scala”, lasciando intendere che in precedenza doveva assumere un’altra denominazione. In proposito gli storiografi del Cinquecento affermano che ivi sarebbe esistito un antico insediamento denominato Cama con il significato di “cinta tra i monti”. Quegli autoctoni dovevano essere i discendenti degli abitanti delle ville romane da poco tempo abbandonate. In quell’area i Melfitani trovarono luoghi più sicuri e protetti.Tornati nell’insediamento ebolitano, comunicarono ai loro compagni: ” O Romani, abbiamo trovato luoghi munitissimi contro ogni nemico e ricchi di acque”. Così si trasferirono tutti a Scala e si unirono alla popolazione autoctona.

Amalfi ed Atrani

Dopo un certo tempo scesero a valle e fondarono Amalphis in memoria del villaggio lucano abbandonato (A-Melphis). Il cronista salernitano, un monaco del monastero di S. Benedetto autorizzato da Mansone I, allora contemporaneamente duca di Amalfi e principe di Salerno (981-983),  raccolse il racconto negli archivi amalfitani (“questi sono i comites che ho trovato scritti nei loro archivi”). Vi aggiunse, però, un particolare interessante, sicuramente invitato a farlo dagli Atrianenses residenti a Salerno dai tempi del principe Sicardo (838): si tratta della fondazione, oltre ad Amalfi, anche di Atrani; in aggiunta, viene spiegato il significato del toponimo Atranum, che sarebbe derivato dall’aggettivo latino ater, atra, atrum nell’accezione di sito poco illuminato dal sole, in quanto racchiuso tra ripide rocce a picco, quasi fosse un antro. La fondazione di Amalfi e di Atrani era la necessaria conseguenza di un’apertura sul mare per poter iniziare traffici in considerazione del fatto che la sicura protezione della catena montuosa retrostante non assicurava la sopravvivenza e che la navigazione era sicura, poiché le popolazioni germaniche stanziatesi nella regione, non sapendo navigare, non costituivano affatto un pericolo. Il racconto riportato dal Salernitano fornisce un’indicazione, sulla quale faremo ulteriori indagini nei prossimi articoli: alle origini vi erano due distinte etnìe, quella amalfitana e quella atranese.    

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