I saggi

La Costa d’Amalfi e la sua storia

Amalfi e il suo lungo legame con il popolo arabo

“Contra hostes fidei semper pugnavit Amalphis”. Questo verso del Tortelli, poeta del XVI secolo, rievoca le battaglie navali combattute dalla flotta di Amalfi tra l’846 e l’849, insieme alle navi di Napoli e di Gaeta, per difendere Roma dall’invasione dei saraceni. In realtà bisognerebbe forse sostituire il semper con un semel, “una sola volta”, sostanzialmente collegata alla celebre “battaglia di Ostia”, combattuta davanti al porto romano nell’estate dell’849 e vinta dalla flotta cristiana contro i saraceni invasori, comandata da Cesario console del ducato di Napoli e formata da unità navali napoletane, amalfitane e gaetane.

La narrazione per immagini

L’episodio fu immortalato da Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane per volontà di papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, figlio del Magnifico, che fu eletto al soglio pontificio mentre era stato da poco nominato arcivescovo di Amalfi. La scelta del pontefice era suggerita, oltre che dalla sua riconoscenza all’arcivescovado che gli aveva portato fortuna, anche alla necessità di lanciare un messaggio forte alla cristianità con lo scopo precipuo di armarsi contro la minaccia ottomana.

Il valore del legno

L’inizio dei rapporti degli amalfitani con il mondo arabo risale ad un episodio accaduto nel 747 nelle acque al largo dell’isola di Cipro: una grande battaglia navale fu allora combattuta tra la flotta bizantina e quella araba; i bizantini annientarono completamente la squadra navale nemica, riconquistando l’isola e la Siria. Così gli arabi d’Africa avevano necessariamente bisogno di legname per ricostruire la loro flotta, avendo perduto Cipro e la Siria, le loro principali riserve di legna. Gli amalfitani, che già erano presenti nelle acque del Mediterraneo orientale, impegnati in operazioni mercantili focalizzate a rapporti col mondo bizantino, del quale facevano parte, colsero la palla al balzo, iniziando un traffico di legname, raccolto dai boschi dei loro monti, principalmente verso l’Egitto. Lì lo vendevano in cambio di oro proveniente dalle miniere del Sudan.

La futura politica mediterranea amalfitana

Poco tempo dopo furono costretti a prendere le armi per impedire, al seguito della flotta bizantina, l’invasione araba della Sicilia, vincendo nell’812 alle Egadi un confronto memorabile, che comunque non fu sufficiente ad impedire l’occupazione musulmana dell’isola, che fu completata nell’827. Intanto i mercanti di Amalfi frequentavano anche altri centri dell’Africa araba, tra cui Kairouan in Tunisia: di là Fluro, rientrando in patria nell’871 dopo aver sicuramente acquistato il pepe, che aveva pagato 1 tarì per ogni 100 libbre e rivenduto a 34, avvisò il  principe di Salerno dell’imminente attacco musulmano alla sua città, favorendone la salvezza. L’episodio costituisce il primo esempio della futura politica mediterranea amalfitana votata al mantenimento dello status quo che costituiva per la repubblica marinara lo stato di profitti e di benessere.

L’invito di Ludovico II

In quest’ottica devono essere inquadrati anche gli eventi bellici dell’846 e dell’849: la conquista araba di Roma avrebbe determinato l’islamizzazione dell’intero Occidente. Ancora un inevitabile confronto armato con i saraceni gli amalfitani dovettero affrontarlo nell’870, quando, su invito dell’imperatore carolingio Ludovico II, intervennero per liberare il vescovo di Napoli Atanasio, prigioniero nell’isola del S. Salvatore (odierno Castel dell’Ovo) per volontà del nipote duca Sergio II. In quella circostanza il prefetto di Amalfi Marino dovette disperdere la flotta napoletano-saracena lanciata al suo inseguimento.

L’introduzione dello stile archiettonico

Il X fu il secolo di maggiori ampliamenti dei rapporti economici e politici tra Amalfi e il mondo arabo. Innanzitutto intorno al 942 gli amalfitani frequentavano le città della Spagna araba di Cordova e di Siviglia, dove vendevano merci di lusso bizantine e da dove importavano cinture d’argento femminili (flecte spanisce) e forse pure la charta bambagina. Da quel mondo introdussero lo stile architettonico dei tufi bicromi, degli archi ribassati e acuti, delle selve di colonne, che applicarono nella loro duplice cattedrale, richiamando la moschea di Cordova. Lo stile artistico del mondo arabo in genere, divenuto poi moresco, invase nei secoli successivi le chiese della Costa, le dimore patrizie, i chiostri monastici e conventuali. Lo stesso arsenale mostra tuttora l’architettura araba del Mediterraneo, unico nel suo genere in Italia.

L’espansione delle arti

Gli amalfitani espandevano i loro interessi anche nella politica araba mediterranea: nel 969-970 collaboravano con le loro navi all’affermazione in Egitto della dinastia dei Fatimidi, i quali, una volta al potere, li gratificarono, autorizzando la fondazione delle “colonie virtuali” di Alessandria e del Cairo, annullando a loro vantaggio le tasse doganali e concedendo la coniazione della loro moneta d’oro, il tarì. Un episodio del 996 prova la grande considerazione nella quale era tenuti gli amalfitani dal califfo d’Egitto. Era in procinto di salpare dal Cairo una potente flotta per attaccare di sorpresa Costantinopoli. La notte precedente la partenza fu completamente incendiata; gli arabi incolparono i cristiani ivi residenti, che furono in parte massacrati e in parte privati dei loro averi. Il califfo ordinò la restituzione delle cose sequestrate ai soli amalfitani.

La terra di Mauro

Nel corso dell’XI secolo la colonia amalfitana di Gerusalemme, prossima al Santo Sepolcro, viveva in pace con gli arabi sciiti; l’ospedale ivi fondato dall’amalfitano Mauro de Comite Maurone accudiva anche i musulmani. Quell’area fu da questi denominata Mauristan (terra di Mauro) e identificata come “l’ospedale amalfitano”. I rapporti con la civiltà araba non consentirono soltanto facili arricchimenti per gli amalfitani, che per un certo tempo ebbero quasi il monopolio delle merci esotiche nel commercio con l’Occidente, ma favorirono soprattutto un interessante scambio culturale e tecnologico. Così furono introdotte nel ducato di Amalfi le tecniche della fabbricazione della carta, della coltivazione dei limoni, dell’irrigazione dei terrazzamenti, dell’ingegneria idraulica portuale, nonché opere musive e ceramiche persino di provenienza persiana.

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