I saggi

La Costa d’Amalfi e la sua storia

Amalfi e Bisanzio

La storia di Amalfi s’intreccia con la storia di Bisanzio. Innanzitutto, le origini stesse di Amalfi e degli amalfitani sono strettamente legate alla presenza bizantina: infatti, il Castron Amalphes menzionato dallo scrittore bizantino Giorgio di Cipro verso il 591 sarebbe la prima prova certa dell’esistenza di un abitato fortificato di nome Amalfi lungo i confini meridionali del ducato di Napoli.

La via dei commerci

Nei secoli immediatamente successivi gli amalfitani stabilirono contatti di carattere mercantile con l’area imperiale bizantina, frequentando la Sicilia e spingendosi fino ad Antiochia, dove stabilirono una colonia nella seconda parte dell’VIII secolo. Al X secolo risale la colonia amalfitana di Bisanzio, fondata sul Corno d’Oro e composta da abitazioni, botteghe, magazzini, chiese e dai monasteri benedettini di S. Salvatore e di S. Maria Latina. L’abate del primo cenobio, Mauro de Monte di Minori, nel 1094 divenne vescovo minorese e pochi anni dopo arcivescovo di Amalfi. Egli nel 1108 fu legato pontificio alla “pace di Devol”, stabilita tra Boemondo, principe di Antiochia e di Taranto, e Alessio I Comneno, imperatore di Bisanzio, a conclusione della “guerra di Durazzo”.

La riconquista della Siria

Tre anni dopo fu il garante, insieme al giudice amalfitano Musco, presso la corte bizantina per la nascita della colonia pisana. Scrive Liutprando, vescovo di Cremona, che nel 968 navi amalfitane avevano contribuito alla riconquista bizantina della Siria. In conseguenza di tale episodio alcuni nobili amalfitani ricevettero titoli aulici dalla corte di Costantinopoli: tra questo il greco Niceta, compare di matrimonio del duca amalfitano Giovanni I e di sua moglie Regale ed esponente di primo piano della colonia bizantina residente in Amalfi nel rione Vallenula.

Il duca Mansone I

Sin dai primi anni del X secolo il prefetto di Amalfi fu insignito del titolo di spatario candidato, a seguito della sua impresa di riscatto di cristiani dalle mani dei saraceni. Quindi numerosi aristocratici ricevettero titoli ancor più prestigiosi, quali patrizio imperiale, protospatario, coriopalato, come premio per i preziosi servigi politici offerti all’imperatore. Il caso più eclatante in proposito riguarda il duca Mansone I, che nell’ultimo quarto del X secolo era il capo di Stato della penisola italica ad avere i più elevati titoli aulici: era, infatti, patrizio imperiale, antipato e vesti; nemmeno il duca di Napoli o il doge di Venezia era suo pari. L’ultimo duca nazionale, Marino, fu insignito dei pregevoli titoli di sebaste e pansebaste.

La ricchezza

La famiglia che guidava la colonia amalfitana di Costantinopoli era la de Comite Maurone, una stirpe di nobili mercanti ricchissimi, che possedevano nella capitale d’Oriente un sontuoso palazzo, ricco di marmi e di porpore, nel quale essi ospitavano spesso alti prelati e principi in visita presso il basileus. I suoi principali esponenti furono Mauro e suo figlio Pantaleone. Il primo edificò a Gerusalemme a proprie spese l’ospedale di S. Giovanni l’Elemosiniere tra il 1063 e il 1071, fondato su 124 colonne e 64 pilastri e ospitante ben duemila posti-letto; il priore Gerardo Sasso di Scala lo ampliò mediante un ospizio dedicato a S. Giovanni Battista, nel quale organizzò il primo ordine monastico-cavalleresco della storia. Mauro, console dell’impero, nel 1060 donava a Montecassino la celebre cassetta eburnea ora custodita a Farfa, nonché le porte di bronzo nel 1070. Suo figlio Pantaleone fece fondere a Costantinopoli la porta di bronzo della cattedrale di Amalfi, magistralmente scolpita nel 1057 dall’artista Simone d’Antiochia; intanto ne donava un’altra a S. Paolo fuori le mura di Roma e al monastero di S. Michele sul Gargano (1076). Il suo concittadino mercante Pantaleone Viaretta ne faceva scolpire un’altra per la cappella palatina del S. Sebastiano o S. Salvatore de Birecto di Atrani (1087). Chiude il ciclo delle valve di bronzo bizantine dell’Italia meridionale la porta della cattedrale di Salerno, donata dall’atranese salernitano Landolfo Butrumile, protosebaste e grande ammiraglio dell’impero (c. 1108).

I ricordi del passato

Cosa resta oggi dei rapporti tra amalfitani e bizantini del Medioevo? In primo luogo le chiese a pianta quadrata come S. Salvatore di Atrani o S. Michele Artcangelo di Riulo (Pogerola); quindi i campanili diffusi in vari centri della Costa con le cupole orientali, nonché le case a volte estradossate composte da botti ribassate. Ciliegina sulla torta sono gli affreschi di S. Maria de Olearia (Maiori) e quelli della cosiddetta “Grotta dei Santi”, sede del monastero dei Ss. Cirico e Giulitta tra Amalfi e Atrani (986). In particolare, le pitture dell’Olearia appartengono a tre cicli diacronicamente differenti: quelli della cappella inferiore risalgono agli anni ’80 del X secolo, quelli della cappella mediana al 1110 e gli altri della cappella superiore o di S. Nicola realizzati tra 1075 e 1100. Ancora oggi nel rione Vallenula di Amalfi, il cui toponimo in greco bizantino indica un luogo dal quale si scagliavano pietre e dardi a difesa dell’area portuale, si respira un’atmosfera orientale bizantina, di sicuro generata dall’atrio della dimora volgarmente detta “il Lampione” e dalle chiese di S. Nicola e di S. Biagio. Nel mare immediatamente sottostante riposano intanto le gloriose vestigia del promacus, una fortificazione d’impianto bizantino posta a difesa del porto e dell’arsenale.

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