Arte e Cultura

Li chiamavano Secacorne

La tradizione dimenticata della lavorazione del legno, delle ossa e del corno di Furore

Di Raffaele Ferraioli

Nel villaggio globale si registra, negli ultimi tempi, una rinnovata attenzione al tema della diversità e dell’identità. Nel mondo dei “non luoghi” tutto si omologa, si appiattisce, diventa uguale. Acquisisce, quindi, un valore crescente la diversità, la differenza, la riconoscibilità, la tracciabilità. Diventa ricchezza vera tutto ciò che è solo nostro, quello che o ttenimmo sule nuie’. Applicata alla Costa d’Amalfi e alle sue Terre Alte, questa nuova consapevolezza ci dovrebbe spingere a recuperare il valore della differenza per trarne rinnovata energia e allestire un’offerta, quanto più possibile, in sintonia con questa domanda. Succede, invece, che queste risorse finiscono per arricchire, gli speculatori, i falsificatori, i contrabbandieri. E’ tempo di concordare una strategia che individui le unicità, le divulghi, ne incoraggi la produzione, ne promuova il consumo.

La maestria furorese

Da un primo approccio viene fuori che le identità possono essere distinte in: golose, artistiche, naturali e culturali. Fra le tante ricchezze da valorizzare a Furore spicca la lavorazione del legno, dell’osso e del corno, ormai scomparsa, ma meritevole di essere ripresa e rilanciata trattandosi di una vera diversità artistica. Quando l’artigianato era fiorente su tutta la Costa d’Amalfi gli abitanti si guadagnavano vari soprannomi riferiti ai diversi mestieri ai quali si dedicavano. Attività tutte diverse sviluppate e diffuse in una sorta di un patto tacito di non belligeranza, di non concorrenza.  Non tutti e non sempre questi epiteti, a volte scherzosi, altre volte beffardi, sfottenti, erano accettati. Spesso causavano risse, non solo verbali. I Furoresi, tornieri provetti, venivano soprannominati Secacorne, con riferimento alla lavorazione del legno, dell’osso e del corno, materie prime che abbondavano nei querceti della Terra Furoris dove si è praticata la pastorizia fino a metà Ottocento.  E’ anche vero che queste arti non sempre potevano dirsi nobili. Ma questo capita, come si suol dire, nelle migliori famiglie.

Opere artigiane lavorate con il corno. Courtesy of Hostaria di Bacco

L’artigianalità dimenticata

La stretta connessione fra la presenza del corno e il suo utilizzo trova conferma in particolare a Furore, dove l’artigianato spazia su moltissime altre forme legate alla facile reperibilità delle materie prime. «Assai diffusa era l’arte di fare canapi da certa erba ivi nascente, appellata sparto, di cui si fanno funi o gomene dette volgarmente Libani», riferisce lo storico amalfitano Matteo Camera.  Molto apprezzata era la produzione di calzette di seta e altri lavori al telaio e al tornio, entrambi presenti in tutte le case. Qui si fondevano anche campane e campanacci di tutte le dimensioni e per tutti gli usi. 

La pastorizia come risorsa artistica

Fino alla metà del secolo scorso a Furore l’artigianato era preminente sull’agricoltura e sulla pastorizia. La pesca era praticata da poche persone. Lavorando con corno bovino e caprino presente sul posto grazie alla pastorizia, i Furoresi producevano, oltre che bottoni e pettini, piccole scatole, usate come contenitori di tabacco, di sale, di pepe. Particolarmente richiesto era lo spargisale tipico dei venditori ambulanti di trippa.  Agli oggetti di uso personale e domestico si affiancavano i monili, gli ornamenti e i soprammobili che costituivano una forma di bigiotteria d’autore della quale, per fortuna, si conservano tuttora alcuni reperti di straordinario appeal.

Utensili ricavati dalla lavorazione del legno e del corno. Courtesy of Hostaria di Bacco

Il valore commerciale

Lavorare al tornio significava produrre anche svariati attrezzi di uso domestico. L’ artigianato del legno e del corno alimentava, a sua volta, un’attività commerciale in grossa parte ambulante nel periodo estivo lungo l’asse Furore, Cilento, Basilicata fino in Calabria. I venditori furitani  partivano a maggio  con le carrettelle trainate dal ciuccio, alloggiavano presso famiglie e conoscenti nei vari paesi visitati e tornavano a casa a settembre per la vendemmia. Alcuni di essi si portavano dietro lumi e lampade per addobbare e illuminare strade e piazze in occasione della ricorrenza delle feste patronali in quei paesi che non erano ancora dotati di energia elettrica. Il viaggio, a piedi, era pressoché ininterrotto, lungo e faticoso e durava tutta l’estate.  In alcuni tratti del percorso particolarmente ripidi, bisognava aiutare il ciuccio a spingere la carretta sovraccarica sia all’andata che al ritorno, quando il torniero da venditore si trasformava in acquirente per portarsi a casa salumi, formaggi, fichi secchi e altre “identità golose” dei paesi visitati.

Folklore popolare

Questa è la filastrocca che veniva recitata in casa Ferraioli dalla nonna davanti al camino, su come venivano chiamati gli abitanti dei vari comuni Amalfitani: “So’ pastare’e Minurise, Spurtellare ‘e Tramuntane, Jettacantare Atranise, Attizzalite ‘e ‘Malfitane, Castagnare so’ ‘e Scalise, Cucuzzielle ‘e Ravellise, Piscature so’ ‘e Cunchise, Secacorne ‘e Furorise, Bello lino fa Praiano, Cannavacce Pusitane”

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