Storie

Nell’atelier di Lucio Liguori

Costante sperimentatore sia nella foggiatura che nella decorazione delle sue opere in ceramica, l’artista ha introdotto a Vietri sul Mare la tecnica del raku e arricchito il patrimonio iconografico locale

Di Vito Pinto

Parte dal centro del paese la via San Vito a Raito e si allontana verso l’ingresso superiore dell’apparentemente isolata Villa Guariglia, storica dimora dell’Ambasciatore Raffaele e oggi sede del Museo Provinciale della Ceramica. E’ una strada giusta per il passaggio di un veicolo, che termina avanti al cancello della cappella privata della famiglia Guariglia, dedicata al giovane Santo martire siciliano. Dirimpettaio alla Villa era il laboratorio di Lucio Liguori, poche stanze con il tornio e il camino, sempre acceso d’inverno e pronto a cucinare una pasta e fagioli per amici che vi si ritrovavano per un incontro, una chiacchiera, un progetto. Tempi non tanto lontani, ma che sembrano persi nel convulso quotidiano.

L’ingresso al laboratorio

Oggi la bottega di Lucio Liguori e’ accanto a Villa Cantarella; una piccola scalinata appoggiata al muro di macerine, porta su una sorta di viottolo di campagna: pochi passi e un cancello con targa in ceramica indica l’inequivocabile ingresso al laboratorio con affaccio sull’ansa meridionale dell’ampio golfo di Salerno. Un giardino è trionfo di vegetazione che corona intorno Raito, paese definito “Salus infirmorum”, «paese di dolcezza per gli inverni, /un paese così come si dava / fosse in quel tempo, con la vita uguale / alla vita, al suo mietere lontano» scriveva Alfonso Gatto nella poesia ad esso dedicata e inserita nella raccolta “Liriche per la terra dipinta”.

L’artista Lucio Liguori mentre lavora alla foggiatura al tornio

Il legame con la ceramica

Ad accogliere il visitatore nel giardino del laboratorio Liguori è Maia, un cane trovatello di mezza taglia, dal pelo bianco, particolarmente affettuoso e festante, con occhi che donano dolce fedeltà. Lucio ti accoglie con la sua immancabile affabilità che sprizza dagli occhi sereni di chi sa di aver compiuto, anche oggi, il suo mestiere di vivere con garbo verso gli altri e serenità verso la famiglia. Teresa, la moglie, è alla tornietta, intenta a dipingere alcune mattonelline, una pigna d’uva che prende velocemente aspetto e colore sotto i tratti del suo pennello. «Sai che siamo nonni?» dice Lucio con la felicità nella voce e per iniziare un colloquio che attraversa una vita si lavoro. Ed è subito la sensazione di quanta fatica è costata quella serenità d’animo, quella gioia di essere nonni, quella produzione di ceramica che da sempre lo ha contraddistinto, pur conservando le cifre della tradizione vietrese. «Pur potendo non ho mai voluto andare via da Raito. Questo è il mio paese e la ceramica di questa terra mi appartiene, anzi è diventata sempre più parte di me a mano a mano che leggevo la sua storia e dei personaggi che l’avevano costruita».

L’iniziazione

Non vi è adolescenza per Lucio Liguori: le avversità della vita e le “esigenze” di famiglia gli rubano gli anni della crescita: a 12 anni è già costretto a lavorare. Prima la ICAV di Molina, poi la Rifa di Matteo Rispoli, dove incontra Vincenzo Scannapieco: ed è subito tornio. Inizia così il quotidiano dei “tornianti erranti”, che passavano di bottega in bottega per il loro lavoro a cottimo. Di quel periodo Lucio ricorda: «Con Scannapieco ho imparato la gestualità del tornio: come si centra il pane d’argilla, come si apre, come si tira. Comprai il tornio a 16 anni e lo misi in uno scantinato di casa. Per due-tre anni non l’ho mai lasciato, lavoravo continuamente. Così cominciai a vendere il crudo ai ceramisti vietresi. Facevo, infatti, solo foggiatura perché non avevo un forno per cuocere.»

La sua arte in famiglia

Ti guardi intorno nel rustico ristrutturato dove lavora oggi e vedi che quel dominio di luce che lo pervade è frutto di testardaggine del suo proprietario, di lavoro intenso con l’obiettivo di raggiungere una definizione personale d’arte. Da sempre aveva saputo che lui, quinto figlio di una famiglia ricca di dignità, ma non di denaro, doveva pensare a creare qualcosa di valido per sé e gli altri, tant’è che oggi i fratelli Pasquale e Domenico hanno proprie botteghe ceramiche, anche se l’affiatamento tra loro è intenso. «Portai la ceramica in famiglia» ricorda oggi a distanza di tempo, coinvolgendo anche la sorella Anna, «mi aiutò a inserirmi nei negozi», e il fratello Osvaldo, musicista, appena tornato dall’Olanda e rimasto senza un lavoro. Le parole scendono calme tra noi.

Le prime maioliche

Come tanti altri giovani non potè scampare al servizio militare, ma al ritorno gli fu regalato un forno da mezzo metro cubo. Il problema, però, erano i soldi per l’allacciamento alla corrente elettrica per farlo funzionare, cosa che avvenne soltanto nel febbraio 1979, pagando all’ENEL per l’allaccio 589 mila lire, messe da parte lira su lira dai guadagni del crudo: una enormità per un giovane artigiano come Lucio, tant’è che conserva in un quadretto quella ricevuta di pagamento come un diploma di una conquista. «Con il forno in attività fu tutto un altro discorso. Cominciai anche a preparare degli smalti e li facevo prendendo nelle botteghe la grattatura, la pulivo e poi facevo lo smalto. Cominciai a fare le prime maioliche. Non sapevo decorare, per cui facevo il geometrico. Ma giorno dopo giorno mi perfezionavo sia al tornio che nella decorazione. Molta parte in questa mia formazione la devo a Matteo Rispoli con la sua fabbrica di Molina, dove arrivavano personaggi e artisti che io ascoltavo e guardavo incantato». Erano gli anni in cui alla Rifa facevano capo Filiberto Menna, Edoardo Sanguineti, Ugo Marano, Antonio Petti e il giovane Enzo Rispoli. Lucio aveva voglia di crescere, di farsi le ossa così ascoltava ogni parola, “rubava” ogni gesto, ogni sapienza delle mani dei Rispoli.

L’opera dell’artista ispirata alla sua terra

L’incontro con Escher

Ancora un’occhiata in giro per l’ampia bottega e dall’intimo sorge una domanda non fatta, ma a cui Lucio dà subito risposta: «Quello che vedi oggi è frutto di studi, di sacrifici continui e silenziosi». Da torniante ha girato un po’ ovunque ed ha avuto, così, modo di prendere conoscenza delle realtà ceramiche campane, ma alla fine è rientrato sempre nella sua Raito. «Ad Amalfi conobbi Alberto Sassoni e Laura Di Santo, due napoletani per i quali producevo al tornio. Un giorno mi regalarono un libro su Escher e fu subito amore. Da quelle figure, dalle metamorfosi iniziai a decorare». E furono i “paesaggetti” minuscoli, graziosi agglomerati di casette strette intorno a chiesette, piccoli campanili, che venivano decorati a dominio di ampia campitura dove lo spazio era esclusivo possesso di blu cobalto, di gialli cromo e verde ramina. E fu la fortuna decorativa di Lucio Liguori: un tema garbato, che dava serenità e piacere alla vista. Una poesia ceramica quei piccoli agglomerati di case subito sentiti di costa! E ritornano i versi di Alfonso Gatto quando scriveva di Positano: «…la svolta / d’un paese che c’è come una volta / da chiamare per nome e da tacere. / Un sogno dire queste case vere».

La bottega delle mani

A chiedergli quale è stato l’artista vietrese che ha avuto come punto di riferimento, risponde, senza esitazioni: “Carmine Carrera” e qui si sente tutta la passione che Lucio ha per il tornio, per la creazione della forma che cresce tra le sue mani, arte antica che affascinò Emilio Cecchi già nel 1931 vedendo il lavoro di Vincenzo Solimene padre nella fabbrica Pinto a Vietri sul Mare, e che gli fece scrivere “Il Vasaio”, uno dei suoi pezzi di letteratura. «Il lavoro al tornio si è talmente radicato in me che quando tiro una forma immagino anche il decoro che va messo». Apoteosi della bottega delle mani!

L’investimento sulla materia

Il racconto della “faenzera” Liguori potrebbe ancora continuare, ma colpiscono le parole pacate che Lucio quasi sussurra: «Prima guadagnavo per costruire, ora sto investendo sulla materia, perché ho il tempo di sperimentare. Molto mi aiuta nel lavoro mia moglie Teresa e spero che mi seguirà Irene, mia figlia, che ha frequentato l’Istituto d’arte. Io ora sono alla ricerca di piccoli segni antichi che possono diventare disegni per una ceramica di domani».

Informazioni utili:

L’atelier di Lucio Liguori, via San Vito 49, Raito di Vietri sul Mare, email: lucioliguori@alice.it

 

 

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