Storie

Antonio e il suo oro bianco

Lo chiamano il pastore degli dei, il giovane agerolese che ha innovato la tradizione della pastorizia in Costiera

Di Saveria Fiore, foto di Vito Fusco

Basta che stamm bbuon. Un ritornello che rientra a tutto tondo nella paremiologia popolare campana, è oggi il leitmotiv che dà grinta ad Antonio. «Antonio Badoglio è il pastore di Agerola che è diventato famoso sul popolato Sentiero degli dei», si presenta, incredulo del suo stesso successo. Coppola, gilet, un aspetto che riporta ai colori della terra, reso ancora più vivo da una risata fragorosa e da profumo di buono, che richiama a tratti l’odore del caprino. Antonio trascorre gran parte della giornata nel suo rudere secolare, nascosto fra i terrazzamenti che fanno da cornice al sentiero, raggiungibile con alcuni scalini che salgono e portano a deviare brevemente dal percorso.  

La passione è una terra fertile 

 Antonio non è solo il “pastore degli dei”. E’ un giovane di 33 anni radicato alla sua terra, che, con passione e attaccamento, ha portato avanti le tradizioni di famiglia.  Dietro a una vita di sacrifici e di intere giornate dedicate alla pastorizia, sorge spontaneo chiedersi se abbia mai avuto un sogno fanciullesco covato nel cassetto. «Per me sogno e realtà sono inscindibili. Il mio sogno l’ho già realizzato, ed è ciò che sono riuscito a creare oggi con la mia attività. Si certo, volevo fare il fotomodello, ma ho avuto di meglio», ci dice con il solito umorismo che da sempre lo contraddistingue. Ed è ciò che piace a chi lo incrocia. La sua aria da laissez faire è il risultato dell’ambiente semplice e rustico in cui è cresciuto «Ci cresci dentro questo mestiere. E, certo la passione che ti trasmette la tua famiglia è fondamentale. Ma non dico che siano stati loro a spingermi verso le scelte che ho fatto. Anzi, credevano che ormai il gioco non valesse più la candela. Forse avrebbero addirittura desiderato per me qualcosa di più semplice da quello che era stato il loro percorso, sudato, di vita».  Nonostante le difficoltà incontrate nel suo cammino, non ha mai perso la fiducia in ciò che stava costruendo. E’ sempre stato mosso dal profondo desiderio di resuscitare e mettere in pratica gli insegnamenti trasmessi dai suoi avi, le vecchie tecniche di famiglia, la tradizione, legati insieme dalla sua inconfondibile impronta creativa.

 

La casa di Antonio il pastore
Il sentiero per raggiungere il pastore
Le capre al pascolo
La produzione di formaggio
IL suono della campana per richiamare gli animali

Il rito di passaggio del pastore 

«Quando alcuni colleghi me lo chiedono non rivelo mai i piccoli segreti della mia produzione. Devono arrivarci col tempo, come ho fatto io. È una fase di passaggio di questo mestiere che è necessario affrontare da soli. Ognuno deve arrivare a scoprire i suoi segreti, senza stancarsi di provare e riprovare, finché non giunge alla formula giusta. Come una verità da disvelare. E l’unico modo per arrivarci è sbagliare. Ognuna delle formule è unica in base alla persona a cui appartiene, come se fosse qualcosa di intimo. Poi le cose cambiano a seconda di ogni variabile in gioco: il tipo di latte, l’alimentazione degli animali, la stagione produttiva». Ed è questa etica contadina ciò che contraddistingue un vero pastore, che lo spinge a non abbandonare mai il campo. A non lasciare mai il bestiame, neanche per un giorno. Un profondo senso del dovere che si mescola a uno spontaneo senso di angoscia nel pensare di non essere lì in quel momento, come fosse un rituale vitale.  «Ho potuto fare ciò che ho fatto grazie a mia moglie, al suo appoggio e alla sua pazienza. Di fatto lei sa di aver scelto un uomo che, a causa del suo lavoro, di tanto in tanto, è mancante. Ma, più di tutto, ringrazio i miei avi e la loro resilienza che ha permesso la nostra stessa sopravvivenza nel tempo. Sono stati tenaci anche quando il  latte è passato da oro bianco delle montagne ad essere importato da ogni dove. La sua estrema reperibilità ha complicato di molto le cose».  

La produzione al pascolo e quella industriale 

Secondo Badoglio la produzione al pascolo è molto più dinamica rispetto a quella industriale, molto standardizzata perché sistematica. La stessa vegetazione che le capre mangiano al pascolo, varia a seconda della stagione e conferisce più o meno sostanza proteica al latte. «Chiaro, poi, che il formaggio d’inverno è più buono perché non viene pastorizzato. La carica batterica, infatti, aumenta in estate col caldo».

 

La vista dalla casa di Antonio

Un salto nel tempo 

Quattro generazioni ha alle sue spalle Badoglio. Quattro generazioni di combattenti che lo hanno portato fin qui. Fino a quella che oggi è il suo paradiso e allo stesso tempo un po’ la sua prigione. «Vorrei tornare indietro nel tempo. Vorrei essere una sorta di presenza invisibile nel passato per poter spiare ciò che i nostri antenati elaboravano con maestria. Lavori d’artigianato così raffinati che oggi i più meccanizzati sistemi non sarebbero in grado di riprodurre. Vorrei vedere come hanno costruito questa casa, pietra su pietra».  

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