Storie

L’ultimo cuofanaro

In passato Tramonti era il centro di produzione di sporte, ceste e spaselle. Un’arte antica che oggi fatica a sopravvivere. Noi abbiamo incontrato Luigi Falcone, l’unico che ancora oggi porta avanti questa antica tradizione.

Di Anna Volpicelli 

Negli anni ’50 era una delle attività artigianali più proficue di tutta la zona di Tramonti. L’arte del cestaio (cuofanaro in dialetto) era divenuta cosi popolare che a Cesarano si costituì addirittura una cooperativa che riuniva circa 40 persone provenienti da Figlino, Pietre, Capitignano e Corsano. L’obiettivo, sotto la presidenza di Vincenzo Caso, era quello di valorizzare questa antica tradizione. Venivano intrecciate ceste, sporte e spaselle che gli agricoltori utilizzavano per trasportare frutta e verdura da un luogo all’altro della Costa d’Amalfi. Abili artigiani realizzavano vere e proprie opere d’arte nelle loro botteghe sviluppando una produzione cosi intensa che venne riconosciuta anche a livello nazionale. Nel 1954 alla Fiera Internazionale dell’Artigianato di Firenze, infatti, Aniello Sazano, mastro cestaio della zona, vinse il secondo premio per aver composto una cesta gigante.  

Una tradizione di famiglia

Oggi, purtroppo, a causa dell’ampia manifatturiera industriale,  molte persone stanno abbandonando questo mestiere, anche se c’è qualcuno che continua a dedicarsi a questa passione.«Mio padre – racconta Luigi Falcone, 69 anni di Cesarano, l’unico cuofanaro della zona- ha intrecciato ceste per tutta la sua vita. Io sin da piccolo lo guardavo, e quando sono tornato dal militare ho cominciato ad affiancarlo, anche se mi ha sempre incoraggiato a cercare un vero e proprio lavoro perché, diceva, che il guadagno era poco». Di giorno, quindi, faceva il muratore e di sera o nel tempo libero si dedicava a questa attività. «Una volta mi alzai persino all’una di notte per finire un cestino prima di andare a lavorare». 

Luigi Falcone durante la lavorazione della cesta

Le diverse tipologie

Di diverse dimensioni e tipologia i cesti si distinguono in cuofano, dalla forma semisferica o conica con due manici, che serviva per il trasporto di materiali più pesanti, e il panaro, dalla forma cilindrica munito di un manico solo che veniva utilizzato per la raccolta della frutta e della verdura poiché era più facile attaccarlo agli alberi. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta pazienza. Il tempo di lavorazione varia dalle due alle quattro cinque ore, ma fondamentale sono la raccolta e la preparazione del materiale». 

La lavorazione del castagno 

Il legno scelto, infatti, è il castagno. E se in passato i mastri cestai potevano scegliere i loro alberi marchiandoli e concordando con i proprietari dei boschi il prezzo, ora il recupero è diventato un po’ più difficile. «A volte passano intere giornate prima che trovi qualcosa di buono con cui lavorare». Una volta che i fusti vengono raccolti si selezionano le parti con cui fare il manico, che devono essere più morbidi, e quelli per il corpo. I fusti per il manico vengono cotti nel forno per 10 minuti, mentre quelli che vengono utilizzati per la creazione del cesto vengono cotti a una temperatura di circa 150-180 gradi per 90 minuti. Quando vengono estratti dal forno vengono lasciati riposare per essere poi trasformati in vimini e in tacche (la base del cesto).  «Per la base si sovrappongono 3 tacche della stessa lunghezza in modo da formare una stella. Su questa struttura poi si intrecciano i vimini. Per ottenere i vimini si taglia la legna  in due parti, poi ciascuna parte viene divisa orizzontalmente in altre due parti. Da qui si ricavano delle striscioline sottili, sia utilizzando il coltello sia con i miei denti», racconta ridendo. Nonostante la produzione sia in calo, Luigi Falcone, ogni giorno, nel suo laboratorio continua ininterrottamente a coltivare la sua arte «Ora che sono in pensione devo pur fare qualcosa e questa e’ sempre stata la mia grande passione». 

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