Arte e Cultura

La ceramica di Vietri sul Mare: una storia unicamente mediterranea

Un viaggio in una delle arti più conosciute in tutto il mondo, espressione dell’eccellenza del territorio amalfitano.

Di Vito Pinto

Su rossi embrici e rare terrazze alta si eleva la cupola in ambrogette maiolicate della chiesa di San Giovanni Battista in Vietri sul Mare, posta a dominio di un mare chiuso tra le due anse del golfo di Salerno dove la storia ha camminato insieme a miti e leggende. Una storia antica che rimanda all’etrusca Markinna, “a Tirreni condita” scriveva il geografo Strabone, opulenta città, florida di commerci e traffici, distrutta dalle orde barbariche di Genserico e da cui nacque Veteris ad mare. Una operosità, quella del popolo vietrese, che si è snodata lungo tutti i secoli con opifici industriali, gualchiere, insediamenti tessili, cartiere, cantieri navali e botteghe artigianali che hanno sviluppato e incrementato una civiltà fatta di argilla.

La prima edicola votiva

Le prime tracce dell’artigianato ceramico si trovano in sbiaditi documenti, mentre testimonianze di manufatti ancora esistenti riportano al secolo XVII e in specie a quel 1627, anno con cui è datata la più antica testimonianza di edicola votiva ancora esistente sul muro esterno di quella che fu una torre alla frazione Raito: rappresenta un Cristo in Croce tra Sant’Antonio di Padova e S. Francesco d’Assisi. Ma ancora precedente, fine 1500 inizi 1600, veniva datata dal Prof. Venturino Panebianco, compianto direttore dei Musei Provinciali di Salerno, la targa, anch’essa votiva, rappresentante il Battesimo di Gesù ad opera di Giovanni nel fiume Giordano, di proprietà del Dr. Giuseppe Di Costanzo in Marina di Vietri, andata dispersa, forse nel tragico alluvione del 1954: di quella targa esiste solo una rappresentazione fotografica in bianco e nero scattata nel 1935 dal fotografo Ernesto Samaritani e rinvenuta presso l’archivio del Museo Provinciale della Ceramica in Vietri sul Mare.

Omaggio al vasaio. Pannello di Virginio Quarta

Il dibattito sull’autenticità

Nell’articolo «La maiolica d’arte di Vietri sul Mare» il prof. Panebianco così scriveva: «Un’altra mattonella votiva, ora posseduta dal dott. Di Costanzo in Marina di Vietri e rappresentante il Battesimo di Gesù, benché non datata, sembra piuttosto riferibile a una bottega locale del ‘500: e, a parte la tecnica tipicamente vietrese, si tratta anche di un esemplare degno di particolare riguardo per vigoria e concezione». Con la datazione del Panebianco non fu, però, d’accordo lo storico Andrea Sinno che, nel suo libro «Commercio e Industrie nel salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo», così scriveva: «La mattonella del dott. Di Costanzo egualmente è da attribuirsi al pennello di un maestro, che padrone della nuova arte abruzzese, volle dare un saggio delle sue squisite qualità artistiche quando in questa città la nuova arte cominciava a sorgere». E veniva, così accreditata la tesi che voleva l’arte ceramica a Vietri sul Mare portata da maestri abruzzesi e in specie di Castelli, città di antica tradizione ceramica.

L’impronta bizantina

Successivi studi e approfondimenti lasciano pensare, invece, che la ceramica a Vietri sia stata portata da monaci bizantini che avevano un loro caposaldo nel convento di San Nicola di Gallucanta posto in alto ai piedi del Monte Buturnino (San Liberatore) a dominio della sottostante Salerno, così come si evince da non pochi documenti raccolti nel volume “Le pergamene di S. Nicola di Gallucanta (secc. IX-XII)” a cura di Paolo Cherubini, documenti che, tra l’altro, riferiscono di recipienti in terracotta chiamati “tafareas”, termine sicuramente nel tempo corrotto nel dialettale “scafarea”, oggetto per l’uso quotidiano notoriamente in terracotta invetriata e, a volte, decorata nel centro concavo.

L’esportazione

Una attività, quella della ceramica, che nel corso dei secoli prima ha convissuto con altre imprese locali e poi si è imposta quale importante attività del territorio, esportando in Sicilia e in alcuni Paesi della fascia mediterranea dell’Africa, i suoi prodotti, in prevalenza oggetti della quotidianità (la “robba” siciliana) e piastrelle, le “riggiole” per intenderci, caratterizzate, quelle vietresi, dal peculiare formato di cm.19 x cm.19.

Velieri, negozio Avallone

L’espansione vietrese in Sicilia

Nel volume “Ceramica Siciliana d’Arte” il curatore Antonino Ragona, all’epoca Direttore del Museo Regionale della Ceramica a Caltagirone, scriveva: «Sui mercati intanto affluivano in notevole quantità ceramiche liguri e napoletane, specie dei centri rispettivi di Albisola e Vietri. Trattasi soprattutto di vasellame destinato alle mense aristocratiche e alle farmacie. Esso attraverso i porti di Palermo, Trapani, Sciacca, Siracusa e Messina, penetra anche all’interno dell’isola ed è imitato specie dalle officine di Caltagirone, che pure producono per tutto il Settecento vasellame e da farmacia al pari di quelle trapanesi. Con la produzione vascolare Vietri faceva affluire nell’isola anche mattonelle maiolicate che presto soppiantano la produzione palermitana. Forse questa invadenza di maioliche continentali favorì nella seconda metà del Settecento il sorgere a Malaspina, contrada amena vicino Palermo, della fabbrica di terrecotte invetriate e maioliche fondata nel 1760 da Francesco Oneto Duca di Sperlinga. L’officina, diretta dal vasaio palermitano Calogero Pecora, diede buoni saggi, ma, come cosa nata per volontà ed iniziativa di un privato, essa si chiudeva nel 1780 non appena venne meno il promotore».

La ceramica colta

E qui si pone un punto fermo sulla produzione della ceramica di Vietri, che non era soltanto una produzione di oggetti della quotidianità (caponcelli, piatti, tazze, bicchieri e quant’altro appartenente a questo settore produttivo), ma era composta anche da una certa ceramica “colta” fatta di “piatti da pompa” per le tavole dei nobili e di mattonelle maiolicate per i pavimenti e i rivestimenti. Oltre al pavimento della galleria degli specchi a Palazzo Valguarnera-Gangi dove è lo splendido pavimento in ceramica vietrese con la rappresentazione dei gattopardi e dove fu girata la scena del ballo nel film “Il Gattopardo”, a Palermo vi è anche un altro palazzo nobiliare ed un convento dove esistono ampi ambienti con pavimenti realizzati nelle botteghe di Vietri sul Mare. Testimonianze, queste che dicono di una vitalità produttiva ed economica del nostro centro costiero, che mai ha smesso di produrre maioliche per l’utilizzo quotidiano, ma anche piastre votive, oggi rappresentanti di una devozione popolare molto forte e unici esempi di una attività secolare.

Facciata della fabbrica Pinto di Giovannino Carrano

Un fenomeno di innovazione

Non sono certo mancati i periodi di stanca, ma vi è sempre qualche bell’esempio di opera ceramica, firmata e spesso datata a dichiarare una presenza che oggi è la più estesa nel comparto produttivo insieme al turismo prevalentemente estivo. Dopo il periodo che a giusta ragione va individuato come “periodo mitteleuropeo nella ceramica di Vietri” (e non erroneamente “tedesco”), durante il quale una colonia di stranieri aggiunse una ulteriore cifra colta alla produzione, una per tutti la polacca Irene Kowaliska accanto ad artisti locali quali Guido Gambone, Giovannino Carrano, i fratelli Procida, il paese costiero è stato un fermento di innovazione. Partner unico insieme a Faenza della proposta e poi trasformazione in legge per la tutela della ceramica d’arte e di tradizione artigianale, Vietri è stato uno dei luoghi ceramici dove il fermento di idee è stato vivo, non fermandosi alla semplice riproduzione di antichi e consolidati schemi decorativi, ma percorrendo sempre le vie dell’innovazione.

I contemporanei

Testimonianza attiva sono quei giovani degli anni sessanta che nel silenzio delle botteghe vietresi hanno operato una evoluzione innovando forme e segni cromatici. Carmine Carrera con le sue decine di forme tirate al tornio, Giovannino con il tratto istintivamente colto delle sue rappresentazioni, Guido Gambone con il “socio” Andrea D’Arienzo che si imponeva per i nuovi smalti, faticosamente e testardamente ricercati, e le nuove frontiere ceramiche, Giovanni Cappetti con l’unicità dei pavimenti dal disegno antico ma col tratto moderno, il “Gruppo Vietri” formato da Autuori-Collina-Ferrigno, giovani che portavano una ventata di fresca aria mediterranea, cercando nuove strade e aprendole ai giovani, si pensa ai fratelli Liguori e a Francesco Raimondi, che seguivano la strada dell’artigianato, facendolo diventare sempre più colto. Un fermento di idee, di proposte, di nuovi orizzonti venivano così spalancati su quella che era la solarità ceramica vietrese.

Un’immagine di Vietri sul Mare

L’inclusione negli hotel

Un percorso che, per certi versi, ancora continua e, a volte, si fa proposta di accoglienza turistica, come il caso della famiglia Mendozzi, albergatori, che impreziosisce le camere del loro hotel posto a dominio dell’ampio golfo, con i colori e i segni tracciati da maestri ceramisti locali, a riprova di un connubio tra ceramica e turismo che in questi anni è diventato un binomio vincente per l’economia vietrese. Certamente perché questo settore possa continuare il suo cammino, continuando a costruire la sua storia centenaria, ha bisogno di nuovi stimoli, di nuove energie, soprattutto del giusto sostegno di chi è preposto a proteggere e sostenere gli interessi del proprio paese; parliamo di quegli amministratori locali spesso distratti da altre sirene, che hanno l’unico scopo di far impattare la nave sugli scogli. Conforta, però e per certi versi, la sempre più vasta, impropria appropriazione della dizione “ceramica vietrese”: messaggio che lusinga per la sua appetibilità, ma ingannevole e che va opportunamente smentito. L’identità ceramica di Vietri sul Mare è patrimonio della collettività che la pratica da secoli.

La costante trasmissione di un mestiere

Da oltre cinque secoli, infatti, ininterrottamente, a Vietri sul Mare si lavora l’argilla, si smalta e decora la terracotta, si perpetua una storia di saperi antichi, artigianali, autentici dove ogni oggetto nasce unicamente dalle mani dell’uomo e della donna, al tornio o al banchetto dei colori, per portare nelle case un oggetto unico e irripetibile di storia mediterranea.

 

 

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